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Sopravviverà l’Italia fino al 2024?

di Antonio Maria Baggio
Sette tesi per avere un futuro

 Se la futurologia fosse esistita nella Roma imperiale,

dove, com’è noto, si costruivano già case a sei piani

e i bambini avevano trottole messe in moto a vapore,

i futurologi del secolo V avrebbero predetto

per il secolo seguente la costruzione di case a venti piani

 e l’impiego industriale di macchine a vapore.

Ma sappiamo che le capre pascolavano nel Foro nel secolo VI:

esattamente come oggi, sotto le mie finestre, nel mio villaggio

Andrej Amalrik [1]

 

 

 

 

 

Certamente il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano conosce il libro di Amalrik, dissidente russo che pagò a caro prezzo le sue critiche al regime sovietico. Ma non è l’Urss degli anni Sessanta, bensì l’Europa dei nostri giorni, a fargli menzionare «il rischio della sua irrilevanza o marginalità in un mondo globale che cresca lontano da noi»; ed è all’Italia che si rivolge invece, quando sottolinea la necessità di una crescita economico-sociale sostenuta, come «condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all’interno dell’Unione Europea» [2].

Nel suo Messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica ha dedicato la sua attenzione in particolare ai giovani, perché è vedendo le cose dal loro punto di vista che si percepisce con esattezza la situazione attuale del nostro Paese: «Nelle condizioni dell’Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell’aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale. Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l’oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall’abituale frastuono e da ogni calcolo tattico» [3]. In poche righe il Presidente Napolitano ha tratteggiato l’enormità del compito che spetta al Paese e, in particolare, alle sue classi dirigenti; non è qualche cosa che si può scegliere se fare o non fare: il percorso è obbligato: «Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia» [4].

Ma con quale disposizione le forze politiche italiane hanno ascoltato le riflessioni di Giorgio Napolitano? Forze politiche che egli aveva avvertito il bisogno di richiamare – insieme alle forze sociali e a tutte le componenti istituzionali –­, non molto tempo prima, alla «discussione più seria ed aperta» intorno alla manovra finanziaria ed economica [5]. Forze – politiche e sociali – alle quali ribadisce «l’esigenza di uno spirito di condivisione delle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare; e l’esigenza di un salto di qualità della politica, essendone in giuoco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida» [6]. Forze politiche, in poche parole, che il Presidente, se le deve richiamare alla serietà, considera quanto meno distratte dal loro compito e, se le deve invitare ad un salto di qualità, gli appaiono inadeguate alle sfide immani che oggi devono affrontare.

Alla luce di queste considerazioni di Giorgio Napolitano, cerchiamo di percorrere alcuni aspetti dell’attuale situazione politica italiana, formulando alcune “tesi” (sempre idealmente accompagnate da un punto di domanda) che sottoponiamo al dibattito.

 

 

 

1. Berlusconi IV

 

 

La XVI legislatura della Repubblica italiana ha avuto inizio con la prima seduta delle Camere il 29 aprile 2008. Il governo Berlusconi IV si è insediato nel maggio successivo. Alla metà della legislatura, si è scatenata la tempesta politica; dapprima attraverso la rottura della maggioranza parlamentare e di governo, con la contrapposizione radicale tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini – alleati dal 1994 –, che ha portato al passaggio all’opposizione da parte di quest’ultimo; in un secondo tempo, attraverso recenti indagini della magistratura che, basandosi prevalentemente su intercettazioni telefoniche, ha mosso contro Silvio Berlusconi accuse per reati di concussione e prostituzione minorile.

Si tratta di ipotesi di reati molto riprovevoli e questo fatto ha sollevato indignazione. Tre aspetti devono però essere subito sottolineati; il primo: si tratta di accuse, non di sentenze e il lavoro dei giudici non può essere anticipato dalla piazza; il secondo: l’ampiezza e la pervasività delle intercettazioni, la facilità con la quale sono state diffuse coinvolgendo tutti coloro che in qualche modo entravano nel circuito telefonico delle conoscenze del premier, sono aspetti che devono preoccupare seriamente chiunque intenda salvaguardare i diritti individuali; Il terzo: che esista un vecchio conto in sospeso di una parte della magistratura contro Berlusconi, e che la battaglia che si trascina assuma – almeno a tratti – anche forme improprie e sconvenienti di azione, sembra fuori di dubbio, fin dal momento in cui i magistrati di Milano scelsero il G7 di Napoli, nel 1994, per consegnare a Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, una comunicazione di garanzia: un atto sconsiderato e privo di rispetto istituzionale. In nessun modo deve essere alimentato il sospetto che alcuni magistrati cerchino di ottenere attraverso i tribunali quello che l’opposizione non è stata capace di conquistare con le lezioni: l’autorità legittima, nei regimi democratici, viene dalla scelta dei cittadini.

Detto questo, bisogna mettere a fuoco il fatto principale dal punto di vista politico, senza lasciarsi distrarre dagli elementi di contorno: queste accuse non si potrebbero portare contro chiunque; nessun magistrato si sarebbe sognato di trovare riscontri per i reati di cui stiamo parlando, indagando in questo modo su Aldo Moro o su Enrico Berlinguer; lo si fa su Berlusconi perché il suo stile di vita è tale da rendere queste accuse – prima che vengano dimostrate – verosimili. Il principio dell’autorità legittima – e Silvio Berlusconi è Presidente del Consiglio per volontà popolare – non è sufficiente a mettere il detentore del potere al di sopra di ogni sospetto e di ogni indagine; al contrario, chi svolge un ruolo pubblico deve per forza di cose rinunciare ad aspetti importanti di riservatezza quanto alla sua vita privata, perché è impossibile scindere del tutto quest’ultima dalla vita pubblica. Inoltre, se nei secoli passati il detentore dell’autorità legittima poteva pensare – comunque erroneamente – di decidere in maniera arbitraria, nei regimi democratici egli deve governare obbedendo per primo alle leggi, in coerenza con lo Stato di diritto. Oltre alle leggi scritte, deve inoltre obbedire alle leggi non scritte del decoro e dell’onore, togliendo i cittadini italiani – in Italia e all’estero – dall’umiliazione nella quali li ha posti un Presidente del Consiglio che si è messo nelle condizioni di venire sbeffeggiato in tutto il mondo. Se venisse diffusa in Italia la traduzione di una selezione della stampa estera, prendendo giornali di tutti gli orientamenti politici, del periodo 2010-2011 riguardante Silvio Berlusconi, si provocherebbe uno shock di vergogna nazionale. Prima tesi:

 

«non c’era affatto bisogno di trovarsi di fronte a questo aggravamento della situazione riguardante i comportamenti del Presidente del Consiglio, comportamenti che già in precedenza erano inaccettabili; il suo stile di vita si era già manifestato incompatibile con le responsabilità connesse alla sua carica; in altri Paesi civili e democratici un governante con questo stile di vita avrebbe già dovuto abbandonare la scena».

 

La pubblica esibizione di stili di vita di questo genere nei governanti ha un effetto corruttivo; dà l’idea che chi comanda possa fare quello che vuole. Ma questo malcostume c’è sempre stato, non tocca l’aspetto corruttivo specifico che l’Italia sta subendo e che riguarda la corruzione della democrazia.

È facile infatti indignarsi per l’ipotesi della prostituzione minorile: ma l’etica non tocca solo la sfera della sessualità. Esiste un’etica sociale che si occupa anche dell’aspetto politico ed istituzionale. La Chiesa cattolica, in particolare, ha imparato, nel corso del ’900, importanti lezioni al riguardo, soprattutto attraverso il confronto con i regimi totalitari; si ricorda, ad esempio, la strenua resistenza della Chiesa contro la volontà del regime fascista di sciogliere l’Azione Cattolica; da più parti si osserva che non fu dispiegato un analogo impegno per difendere il diritto associativo dei partiti e dei sindacati; come è andata a finire lo sappiamo. Anche da esperienze come questa la dottrina sociale cristiana ha imparato che non è possibile difendere i soli diritti religiosi, o occuparsi solo di quelli relativi alla sfera privata delle persone e, in particolare, della sfera sessuale; ma che è necessario difendere tutti i diritti umani, anche quelli che riguardano la sfera sociale e pubblica, altrimenti anche i diritti religiosi andranno perduti.

In Italia, una macroscopica violazione dei diritti di cittadinanza è attuata dalla legge elettorale, che toglie ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. Le segreterie dei partiti (che sono associazioni private) decidono la composizione delle Camere; ciò significa che il potere legislativo della Repubblica Italiana è in mano ad una ristretta oligarchia di soggetti privati. È vero che questo ceto politico oligarchico è diviso in diversi partiti e si combatte al proprio interno; ma in ciò non risiede una effettiva garanzia per i cittadini; il ceto politico infatti – tranne rare e coerenti eccezioni, quale l’opposizione a tale legge da parte dei radicali di Marco Pannella – non ha finora messo in campo alcun serio tentativo di modificare la legge elettorale: in realtà, essa va bene alla maggior parte dei politici di professione, perché temono il giudizio dei cittadini e preferiscono trasferire il confronto politico all’interno del proprio ceto: i cittadini sono relegati al ruolo di riempire le piazze, nelle varie, contrapposte, manifestazioni: sono “massa”, non popolo sovrano.

Ricordiamo in quale modo la dottrina sociale cristiana intenda la democrazia, a partire dal Radiomessagio per il Natale 1944 di Pio XII: qui la democrazia è intesa come un processo, tendente a «mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune». La democrazia è vera, insomma, se favorisce la crescita della persona: e dalla maturità delle persone dipende la sorte stessa della democrazia. Questa è dunque, dal punto di vista della dottrina sociale cristiana che svilupperà l’impostazione di Pio XII, un processo di personificazione che stimola l’assunzione di responsabilità e la partecipazione alle decisioni e alla vita pubblica. Per questo, secondo Pio XII, la democrazia, così intesa, è «un postulato naturale imposto dalla stessa ragione» [7]: una affermazione, questa, dotata di una forza radicale. La dottrina sociale cristiana non prescrive particolari soluzioni, ma i principi sono descritti senza possibilità di equivoco; e sono principi che confliggono radicalmente con l’attuale legge elettorale italiana. Proponiamo allora una seconda tesi:

 

«l’attuale legge elettorale italiana è contraria alla retta ragione e ai diritti di cittadinanza e si impone il dovere morale di cambiarla per salvaguardare la democrazia. Per i cattolici – di qualunque orientamento partitico –, oltre all’obbligo imposto dalla ragione naturale, si aggiunge quello stabilito dalla dottrina».

 

Un altro aspetto rilevante della situazione italiana riguarda la stessa centralità di Berlusconi nel dibattito politico; una parte preponderante dell’informazione politica di massa (televisiva) in Italia viene costantemente occupata da problemi che riguardano la persona del Presidente del Consiglio e le sua aziende, distogliendo da altri problemi particolarmente importanti per il Paese e sui quali l’opinione pubblica non viene – da alcune delle principali fonti di informazione – convenientemente informata e sollecitata. È una situazione che perdura fin dall’inizio della carriera politica di Silvio Berlusconi e che trova nel suo personale conflitto di interessi, in quanto proprietario di uno dei due maggiori poli televisivi, il nodo centrale. Questo conflitto irrisolto è talmente macroscopico da essere diventato un “caso di studio” nelle aule universitarie di mezzo mondo; la comparazione delle leggi sul conflitto di interessi nei Paesi democratici più sviluppati spiega come il caso italiano sia considerato inaccettabile dal punto di vista democratico.

È vero che il problema televisivo preesisteva a Berlusconi; la Rai pre-berlusconiana era un monopolio illiberale, che gabellava per libertà e pluralismo la lottizzazione dei telegiornali fra le maggiori forze politiche; quando cominciarono a sorgere reti private libere, Berlusconi creò un monopolio uguale e contrario, cambiando completamente lo scenario del potere informativo, dato che, essendo il padrone delle proprie televisioni, non aveva alcun obbligo di sottostare alle regole di lottizzazione tipiche della “Prima Repubblica”. Anche sotto questo aspetto gli avversari politici di Berlusconi si dimostrarono miopi e irresponsabili, perché non risolsero la questione del conflitto di interessi quando, essendo al governo, ne ebbero la possibilità.

Il ruolo delle televisioni è uno dei nuovi fattori politici degli ultimi decenni, che hanno reso possibile la forte personalizzazione della leadership politica; col termine “personalizzazione” si intende il focalizzarsi attorno al leader dei processi decisionali e dell’immagine pubblica del partito e del Paese, ivi compreso un accentuarsi dell’aspetto spettacolare; dunque, si dovrebbero usare altri termini per definire tale processo (ad esempio, “individualizzazione”), per non confonderlo col processo di “personificazione” o “personalizzazione” come viene inteso dalla dottrina sociale cristiana. Comunque, al di là della questione terminologica, questo fenomeno è condiviso da vari Paesi democratici; lo troviamo ad esempio, per attenerci all’Europa, anche in Gran Bretagna (Margaret Thatcher, Tony Blair), o in Francia (François Mitterand, Nicolas Sarkozy), dove pure si è accompagnato ad altri due fattori considerati rilevanti in scienza politica: la crisi dei partiti tradizionali e l’internazionalizzazione delle decisioni politiche, che potenzia il ruolo dei capi degli esecutivi (per esempio nelle decisioni dell’Unione Europea). Proprio per questo, come sottolinea Sergio Fabbrini, è fondamentale che una società libera disponga di «risorse autonome per controllare il potere esecutivo e il suo capo […] Se è vero che la televisione esercita un ruolo cruciale nella comunicazione politica, allora ogni democrazia (e l’Italia in particolare) dovrebbe sottoporre ad una disciplina costituzionale la proprietà e il funzionamento del sistema televisivo» [8].

Arriviamo così ad una terza tesi:

 

«di fronte alla generale “individualizzazione” della leadership politica, la società civile dovrebbe sviluppare sempre più risorse proprie di carattere autonomo dalle istituzioni; risorse informative, formative, di ricerca e di associazione, per sviluppare la dimensione politica originaria e fondate, legata all’essere cittadini, al voler costruire regole democratiche coerenti e condivise, prima di distinguersi in base alla scelta di partito o di programma politico; poi, in un quadro di regole adeguate, la cittadinanza attiva ed organizzata può esercitare in maniera pluralistica un ruolo di controllo, di stimolo e di indirizzo nei confronti delle forze e delle decisioni politiche».

 

 

 

2. Gli strumenti politici inadeguati della società italiana

 

 

Alla luce di queste considerazioni, si comprende come il conflitto tra Berlusconi e Fini abbia avuto non solo aspetti personali, tattici e occasionali, ma – che sia stato condotto bene o male, che lo si avversi o lo si approvi, in questo nostro contesto non importa – presenti anche un aspetto sistemico, e tocchi un problema reale della politica italiana. Il tentativo di Fini esprimeva l’esigenza di costruire un centro-destra libero dalle ipoteche berlusconiane che attualmente gravano su di esso; è l’esigenza tenuta viva anche dalle forze politiche di centro-destra che non aderiscono alla coalizione berlusconiana. Senza Berlusconi l’attuale maggioranza non esisterebbe; ma appare come una autentica esigenza del Paese la costruzione di un centro-destra liberato dalle condizioni contingenti che ne hanno permesso la nascita.

Non è detto che basti “aspettare”; l’atteggiamento degli eredi famelici, che attendono il ritiro – o la caduta – del Principe per contendersi il potere, non appare lungimirante, perché i pretendenti rischiano di ereditare un guscio vuoto. La selezione della classe politica berlusconiana solo marginalmente è avvenuta e avviene attraverso un formativo e competitivo apprendistato politico; iniziò con il trasferimento in politica di uomini provenienti dalle aziende berlusconiane, passati da un giorno all’altro dai consigli di amministrazione alle commissioni parlamentari; si avvalse di una rilevante partecipazione di professionisti politici della “Prima Repubblica”, dunque formati nel periodo precedente e transitati nel nuovo partito, che funzionò come collettore della maggior parte dei voti ex democristiani che cercavano collocazione; l’arruolamento è continuato prevalentemente per cooptazione, sia chiamando in parlamento alcuni esperti provenienti dalle professioni; sia per chiamata personale da parte del premier, in alcuni casi riguardante persone del tutto estranee alla politica – ivi compreso quello che la signora Veronica Lario, moglie del premier, ha chiamato «ciarpame senza pudore» [9], che umilia le molte donne che con competenza e sacrificio personale fanno politica nel centro-destra –. Il rinforzasi di una selezione della classe politica che avviene sempre più per cooptazione, cioè avviene sempre meno politicamente, e sempre più privatamente, comporta il rischio che, alla lunga, la classe dirigente di centro-destra ne risulti eccessivamente indebolita. Per fare un esempio macroscopico, lontano dalla situazione attuale dell’Italia, ma capace di suggerire qualche utile riflessione, ricordiamo il fenomeno descritto da Alexis de Tocqueville nella sua opera L’Antico Regime e la Rivoluzione: la monarchia francese aveva accentrato il potere, attirando i nobili a corte e facendo loro abbandonare il ruolo di classe dirigente nelle loro terre: «I nobili francesi […] – scrive Tocqueville – avevano conservato, della disuguaglianza, ciò che ferisce e non ciò che serve. Molestavano e impoverivano il popolo e non lo governavano. Sembravano, in mezzo ad esso, come degli stranieri favoriti dal principe, piuttosto che come delle guide e dei capi» [10]; allo scoppio della Rivoluzione, la società civile francese era frantumata in mille corporazioni non comunicanti fra loro e unificata solo dalla monarchia, ma priva di colonna vertebrale: gli aristocratici – come certi finti liberali di oggi – furono i primi a nutrirsi delle idee dei loro nemici; e alla Rivoluzione bastò un soffio per rivelarne l’inconsistenza.

La battaglia combattuta e ancora in corso all’interno della vasta area (governativa e non governativa) del centro-destra è una battaglia per la costruzione di un centro-destra emancipato dal modello del partito padronale berlusconiano; è cioè una battaglia interna alle forze politiche, per la gestione del centro-destra, per la costruzione dello strumento politico che dovrebbe servire a risolvere i problemi dei cittadini e che invece, al contrario, è diventato un problema ulteriore per i cittadini. Se si tiene conto che il centro-sinistra – il quale pure utilizza una grande quantità di energie in conflitti interni – versa in condizioni analoghe, si comprende lo stato generale di arretratezza delle forze politiche italiane, di fronte ai gravi compiti che la crisi economica e il momento storico pongono alle classi dirigenti. Quarta tesi:

 

«il ceto politico italiano, sia nelle singole forze partitiche, sia nelle coalizioni che esse compongono, appare nel suo insieme inefficiente e inadeguato ad affrontare i problemi che si pongono al Paese, non perché manchino singole persone di grande competenza e capacità, che sono invece ben presenti – e non poche – all’interno dei partiti e delle istituzioni, ma perché prevalgono interessi particolari e meccanismi conflittuali distruttivi; è questa relazionalità perversa, pericolosa per l’insieme, che va cambiata».

 

Non parliamo a caso di “ceto politico”. Tale ceto si costituisce quando la separazione dal Paese ha superato la capacità di controllo esercitata dal popolo sovrano il quale, per questo, ha perduto aspetti rilevanti della sua sovranità. Il ceto è ormai capace di riprodursi autonomamente, è sostanzialmente autoreferenziale, stabilisce con la società frammentata rapporti più simili a contratti di tipo privato che politico [11]. È chiaro che non tutta la classe politica italiana rientra nelle caratteristiche del “ceto”; ma è anche evidente che gli indicatori della presenza del “ceto” sono tutti accesi e attestano una sua presenza pesante e ramificata.

I fatti quotidiani purtroppo rinforzano questa immagine. Una parte del Paese si impegna nel proprio compito fino a dare la vita; pensiamo al sacrificio dei militari italiani impegnati nelle varie missioni all’estero. Ma pensiamo anche alle “battaglie” quotidiane di chi lotta per mettere insieme il pane col companatico, o per tenere aperta la propria azienda.

Pensiamo agli operai della FIAT, ai quali è stato chiesto moltissimo e lo si è fatto in nome del Paese: ma il Paese, distratto dalle notizie di ragazzine che se ne escono dalle residenze dei potenti avendo in tasca l’equivalente di sei mesi di stipendio di un operaio di Mirafiori, che cosa ha fatto per questi operai? Se la realtà dell’economia internazionale e le esigenze di produzione costringono ad accettare accordi come quello votato recentemente a Torino, non dobbiamo dimenticare che esiste anche il “datore di lavoro indiretto”, cioè la società civile e le istituzioni politiche con tutte le loro risorse. Questo significa cercare di creare un nuovo tipo di solidarietà sociale ed istituzionale; per le istituzioni, si tratta di costruire un quadro giuridico che favorisca la partecipazione agli utili da parte degli operai e la partecipazione dei loro rappresentanti alle grandi scelte aziendali; è quanto stabilisce in maniera stringente la dottrina sociale cristiana: il sacrificio richiesto ad un lavoratore è un debito che l’azienda e la società contraggono con lui; il lavoro stesso costituisce in qualche modo un titolo di proprietà sull’azienda: tutto questo, dal momento in cui la situazione generale impone all’azienda e agli operai di superare l’atteggiamento antagonista e di accettare condizioni pesanti per poter effettuare i suoi investimenti, deve diventare una realtà. Quinta tesi:

 

«il cambiamento delle relazioni industriali, nel quadro della nuova situazione economica mondiale, dev’essere accompagnato da innovative ed efficaci forme si solidarietà sociale ed istituzionale, sulla base di una reale giustizia: questa richiede l’annullamento di privilegi corporativi nelle professioni e una profonda revisione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche, delle retribuzioni e dei redditi».

 

 

 

3. Il tradimento dei figli da parte dei padri

 

 

Di quale entità sono i problemi economico-sociali dell’Italia? Chiariamo anzitutto che coloro che continuano a dire che siamo fuori dalla crisi non sembrano avere a cuore il bene del Paese; se sono convinti di ciò che dicono, significa che sono incompetenti; se mentono, sono colpevoli. Vediamo perché.

La crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni si è inserita in una preesistente tendenza al declino del nostro Paese, che si individua molto chiaramente.

A pochi mesi dal suo insediamento, il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, facendo il bilancio dell’anno 2005, aveva dichiarato che: «La ripresa ciclica che si sta avviando in Italia non può da sola risolvere il problema di crescita che affligge il Paese da oltre un decennio, ma facilita il necessario mutamento strutturale. Una crescita stenta alla lunga spegne il talento innovativo di un’economia; deprime le aspirazioni dei giovani; prelude al regresso; preoccupa particolarmente in un paese come il nostro, su cui pesano un’evoluzione demografica sfavorevole e un alto debito pubblico» [12]. Questa crescita “stenta” è in effetti continuata, fino allo scoppio della crisi.

Ma in tempi recenti il Governatore ha tracciato panorami più ampi, mettendo in chiaro che la crescita di produttività alla quale eravamo abituati fino agli anni Settanta ha cominciato a calare da molto tempo: «La crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni: siamo passati da un aumento annuo del 3,4 per cento negli anni Settanta, a uno del 2,5 negli anni Ottanta, dell’1,4 negli anni Novanta, alla stasi dell’ultimo decennio. Talvolta, viene notato come questi andamenti siano medie di un Nord allineato al resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Ma così non è» [13].

Il debito pubblico italiano, in continuo aumento, è arrivato al 118% del Prodotto interno lordo, secondo soltanto alla Grecia: è quasi il doppio di quanto stabilito come massimo (60%) dall’accordo di stabilità tra i Paesi dell’Unione. Il debito è schiacciante e, anche se i creditori sono prevalentemente le famiglie italiane, gli interessi che vengono pagati (intorno agli 80 miliardi), tolgono risorse che potrebbero andare alla crescita, all’innovazione, a creare lavoro per i giovani. Se non si abbatte questo ostacolo, per le giovani generazioni non c’è speranza. Già ora siamo un Paese stanco e disilluso; la percentuale di italiani che si dichiaravano soddisfatti è cresciuta fino all’80% nel 1991 e si è mantenuta abbastanza stabile fino alla metà degli anni Novanta; da allora ha continuato a calare [14]. Dobbiamo urgentemente toglierci da questa situazione e cominciare ad invertire la tendenza.

L’intervento sul debito pubblico, nelle varie versioni che recentemente lo hanno ipotizzato [15], e tutti gli altri provvedimenti che si rendono necessari richiedono interventi pesanti, che portano ad una sesta tesi:

 

«i sacrifici necessari per rilanciare il Paese possono venire richiesti ed attuati soltanto da una dirigenza politica che goda della piena fiducia da parte del popolo; attualmente in Italia sembra che i cittadini non conferiscono ai loro rappresentanti la dignità necessaria per richiedere sacrifici; rappresentanti che, in molti casi, non hanno neppure la lungimiranza per concepirli. Abbiamo bisogno di un cambiamento piuttosto radicale, guidato da un governo forte controllato da una opposizione autorevole, capaci di cooperare, nel rispetto dei loro diversi ruoli, unendo il Paese intorno ad alcuni obiettivi essenziali».

 

Ecco perché si deve realisticamente parlare di tendenza al declino e coloro che la negano non fanno del bene al Paese, perché eludono i problemi al puro scopo di conservare il consenso; né si comportano meglio coloro che agitano i problemi senza proporre soluzioni. Non basta tenere chiusi i cordoni della borsa, bisogna innescare nuovi meccanismi di crescita; la relativa ricchezza che ancora è diffusa nel nostro Paese non deve trarre in inganno: «Gli indicatori delle organizzazioni internazionali – spiega ancora il Governatore – [...] ci dicono che gli italiani sono mediamente ricchi, hanno un’elevata speranza di vita, sono in gran parte soddisfatti delle loro condizioni: l’inazione è sostenibile per un periodo anche lungo; potrebbe generare un declino protratto. Ma quegli stessi indicatori mostrano che l’inazione ha costi immediati: la ricchezza è il frutto di azioni e decisioni passate, il PIL, legato alla produttività, è frutto di azioni e decisioni prese guardando al futuro. Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani» [16]. Potremmo dunque tirare avanti, in questa maniera, ancora per un po’: dieci anni? quindici? Poi il collasso.

E qui ritorniamo al punto centrale della riflessione di Giorgio Napolitano: i giovani.

Per affrontare il nostro futuro non esistono più formule magiche considerate di proprietà dell’uno o dell’altro schieramento politico; troviamo convergenze tra economisti di diversa provenienza su temi di grande importanza.

Prendiamo in considerazione alcuni dati pre-crisi, che chiariscono le parole di Draghi sulla ricchezza degli italiani. In Italia i lavoratori produttivi, dai quali si trae un profitto, sono circa 13 milioni e mezzo; a questi bisogna aggiungere 3 milioni e mezzo di statali. Le pensioni erogate sono intorno ai 16 milioni e trecentomila; a creare la vera sproporzione sono quasi 5 milioni di pensioni percepite da persone fra i 40 e i 60 anni. Questa situazione, per cui nelle famiglie italiane entrano mediamente più soldi per le rendite (da pensioni, affitti, interessi, titoli, ecc.) che per salari e stipendi, è frutto di decenni di politica economica e di scelte di redistribuzione, alle quali hanno contribuito in varia forma un po’ tutti. Questo significa che le famiglie italiane sono mediamente molto ricche, sommando i patrimoni, le case, i titoli. Ma se il lavoro continua a pesare meno delle rendite, il nostro futuro è già deciso: sopravviveremo solo come paese turistico, come un minuscolo stivale folklorico dentro un mondo che vive secondo altri standard. «E questo – commenta Geminello Alvi – è il circuito della follia: salari e stipendi dei figli lavoratori sono dimagriti al fine di rimpinguare le pensioni e il cumulo di risparmi dei padri in lamento di doverli soccorrere» [17].

Sulla stessa linea di Alvi sono, almeno su questo punto nodale, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi; già nel loro Goodby Europa. Cronache di un declino economico e politico[18], avevano sostenuto l’urgenza di introdurre riforme liberiste in Europa e, in particolare, in Italia; e sono ritornati sull’argomento in un libro successivo, emblematicamente dedicato proprio a studiosi – tutti e tre uccisi dalla Brigate Rosse – che avevano affrontato con realismo ed intelligenza i problemi del lavoro e dell’economia: Marco Biagi, Massimo D’Antona, Ezio Tarantelli. Il titolo del libro, volutamente paradossale e provocatorio rispetto agli schemi politici tradizionali, Il liberismo è di sinistra [19],  indica la trasversalità dei problemi attuali, l’impossibilità di affrontarli con schemi appartenenti ad epoche che non sono più la nostra. Riferendosi alla riforma pensionistica introdotta dall’ultimo governo di centro-sinistra così scrivono: «È stupefacente come una palese redistribuzione da figli e nipoti a genitori e nonni, sia stata fatta passare come una conquista di sinistra. A noi non risulta che Marx parlasse di lotta di generazioni, semmai di lotta di classe» [20].

Ritorniamo al drammatico inizio del 2011. Una giornalista, che chiedeva ad un signore se egli fosse il padre di una giovane donna che i giornali di quei giorni descrivevano come “intrattenitrice” di Silvio Berlusconi, egli ha risposto: «Magari, sarebbe una fortuna!». Settima tesi:

 

«la società civile deve riprendere in mano il destino di questo Paese, interrogandosi sui sacrifici che è disposta a fare per dare ai propri figli ciò che loro spetta per diritto e scegliendo i politici che ritiene capaci di trasformare questi sacrifici in risultati».

 

Esiste in Italia una società civile capace di risvegliare il proprio essere cittadinanza, cioè la propria dimensione politica, che appartiene al sociale prima che alle istituzioni? E di prendere magari, come referente e garante dei propri diritti e dei propri doveri, quel Presidente della Repubblica che, parlando ai giovani, ha messo il Paese davanti alle proprie responsabilità? Se questa società civile non si trova e non agisce, possiamo pure smettere di occuparci di politica: c’è già chi è pronto a farlo, a modo suo, al posto nostro.

 


[1] A. Amalrik, Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?, Coines Edizioni, Roma 1970.

[2] G. Napolitano, Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Palazzo del Quirinale, Roma, 31 dicembre 2010 (reperibile nel sito ufficiale della Presidenza della Repubblica Italiana).

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] G. Napolitano, Intervento del presidente Napolitano in occasione dell’incontro con i componenti del Cnel, Roma, Palazzo del Quirinale, 21 giugno 2010 (reperibile nel sito ufficiale della Presidenza della Repubblica Italiana).

[6] G. Napolitano, Messaggio di fine anno, cit.

[7] Pio XII, Radiomessaggio per il Natale 1944, in Le encicliche sociali dei papi. Da Pio IX a Pio XII (1864-1956), I. Giordani ed., «Studium», Roma 1956, n° 7, pp.800-815,.

[8] S. Fabbrini, Addomesticare il Principe. Perché i leader contano e come controllarli, Marsilio, Venezia 2011, p. 13.

[9] Dichiarazione all’agenzia Ansa, 28 aprile 2009.

[10] A. De Tocqueville, L’Ancien Régime et la Révolution, Flammarion, Paris 1988 (prima edizione 1856), p. 53.

[11] L’attenzione al sociale e alla partecipazione politica dei cittadini, ai problemi della rappresentanza, è uno dei principali filoni di riflessione di «Nuova Umanità» portato avanti lungo trent’anni, in particolare da Giuseppe Maria Zanghì. Per la questione del “ceto politico” si veda, in particolare, l’editoriale: Il nome del popolo. Per un contributo alla 45a Settimana Sociale dei cattolici italiani, «Nuova Umanità XXIX (2007/4-5) 172-173, pp. 433-454; sulla partecipazione dei cittadini organizzati, l’editoriale di D. Ropelato, Votare non basta. Il patto eletto-elettore nella crisi democratica, «Nuova Umanità» XXX (2008/4-5) 178-179, pp. 423-451.

[12] M. Draghi, Banca d’Italia. Assemblea generale dei partecipanti tenuta in Roma il 31 maggio 2006, anno 2005, centododicesimo esercizio. Considerazioni finali, p. 5 (disponibile nel sito web ufficiale della Banca d’Italia).

[13] M. Draghi, Crescita, benessere e compiti dell’economia politica, ISTAO, Ancona 5 novembre 2010, p. 7 (disponibile nel sito web ufficiale della Banca d’Italia).

[14] C. Biancotti e G. D’Alessio, Values, Inequality and Happiness, Banca d’Italia, Temi di discussione, n. 669, 2008.

[15] Per esempio le proposte, tra loro molto diverse, di Susanna Camusso (al Direttivo della CGIL, 2 dicembre 2010), di Giuliano Amato (in «Critica Sociale», website, 4 dicembre 2010), di Pellegrino Capaldo («Corriere della sera», 26 gennaio 2011).

[16] M. Draghi, Crescita, benessere e compiti dell’economia politica, cit., p. 13.

[17] G. Alvi, Una repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano 2006, p. 13.

[18] A. Alesina – F. Giavazzi Goodby Europa. Cronache di un declino economico e politico, Rizzoli, Milano 2006.

[19] A. Alesina – F. Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, il Saggiatore, Milano 2007.

[20] Ibid, p. 15.