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23 Giugno 2010
NU news 184-185

Igino Giordani e Giorgio La Pira

di Marco Luppi

Il mio quesito nasce in me da una preoccupazione: che tutta la concezione politico-religiosa frutto del pensiero e della azione di uomini e donne quali Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, Don Giuseppe Dossetti, Igino Giordani, Chiara Lubich, vada perduta soprattutto a livello istituzionale, di rappresentanza partitica. Questo filone di pensiero, vuol far proprie le istanze di giustizia e di solidarietà del comunismo, ma superando quest’ultimo con l’incarnare il Vangelo, facendosi “terza forza” fra capitalismo e comunismo.

Diceva Chiara Lubich nel 1968 «Noi non vogliamo né il marxismo né il capitalismo, noi vogliamo il Vangelo!». E don Milani, in una lettera del ’47 al cugino Carlo Weiss scriveva: «Capisci? Noi non possiamo essere comunisti, ma neanche possiamo guardare al comunismo come a un male da combattere e distruggere, tutt’altro, casomai è un mondo da cristianizzare».

 

Ma dalla pubblicazione di Umanesimo integrale (1936) di Maritain molti avvenimenti importanti sono accaduti e nuovi problemi sono emersi: i temi della bioetica, la difesa della natura e dell’ambiente, l’immigrazione massiccia verso l’Europa, il pluralismo religioso con la necessità di un confronto, il sommovimento dell’Islam, il revanscismo dei popoli arabi etc. occorre dunque procedere alla rifondazione, alla progettualità dei “principi” di un umanesimo cristiano in dialogo con i fedeli delle altre confessioni, delle altre religioni, con i non credenti. E poi incarnarli nel vivere quotidiano: è l’eredità che Chiara ha lasciato come programma per i focolarini e per la chiesa tutta. Ma partendo dall’ambito cattolico questa rielaborazione è tanto più complicata perché nella chiesa c’è un’altra corrente di pensiero che è influenzata da Augusto Del Noce, da Rocco Buttiglione col suo richiamo al liberalismo moderato di Tocqueville. Questa corrente guarda al possibile incontro tra cristianesimo e liberalismo.

Emblematico il libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani e soprattutto è significativa la lettera di presentazione del libro scritta da Benedetto XVI, da confrontarsi con la lettera che Giorgio La Pira il primo maggio 1958 inviava a Pio XII: «Il tossico della civiltà è nel tessuto del capitalismo».

 

C’è quindi una sintesi, una complementarietà da ricercare fra le due correnti di pensiero, e chi lo può fare se non voi di Nuova Umanità?

 

Dopo questa lunga premessa vengo alla domanda: quali sono i rapporti di vita (incontri) e soprattutto le analogie di pensiero politico-religioso fra La Pira e Igino Giordani?

Qual è secondo voi il libro che sintetizza meglio il pensiero di Igino Giordani e che mi può essere d’aiuto in questo confronto fra questi due grandi uomini?

 

Pino Gennari

 

 

 

Risponde il Dott. Marco Luppi

Docente di Storia Contemporanea presso l' Università KORE - Enna

 

Igino Giordani e Giorgio La Pira, sono senz’altro due tra le personalità politiche del campo cattolico che meglio hanno saputo sintetizzare il desiderio di incarnare i valori evangelici nel proprio impegno politico concreto, laddove quei valori venivano (e vengono) spesso troppo sbrigativamente compresi nella sfera delle scelte private e per questo strettamente personale.

Comprendo il valore della disamina fatta a proposito della concezione personalista e pluralista che ha animato il contributo intellettuale di una parte del mondo cattolico; quell’elenco di persone citate che solo a scorrerle fanno tornare alla mente una semina ed una penetrazione significativa del messaggio cristiano nella vita della società in tutte le sue componenti, da quelle politiche a quelle sociali, quelle economiche, per non tacere dell’ambito ecclesiale. Se è possibile proporre una sollecitazione, che vuole essere anche un auspicio, chi scrive crede sia arrivato il momento in cui, tenute presenti le opere e le testimonianze dei maestri, appare fondamentale l’impegno concreto e coraggioso di ciascuno nel confermare con la vita la bontà del messaggio, ma ancor più appare da non sottovalutare l’importanza del lavoro quotidiano e dell’elaborazione intellettuale di soggetti plurali che sappiano incarnare i valori, che possano mettere in pratica quanto la tradizione ha espresso adattandola alle forme odierne. 

Ma torniamo ai nostri due quesiti. Sebbene abbiano fatto parte di due scuole politiche differenti (popolare e stretto collaboratore di don Sturzo l’uno, democristiano e intellettuale di punta dell’Azione Cattolica l’altro) e condiviso la sola esperienza dell’Assemblea Costituente, dove peraltro esclusivamente La Pira ha fatto parte della Commissione dei 75 (organismo che lavorò concretamente all’elaborazione del dettato costituzionale prima della discussione e della votazione in plenaria), Giordani e La Pira possono essere accomunati da acquisizioni e convinzioni similari. Tre grossi ambiti del loro impegno sono riconducibili a quanto detto:

 

1) La politica vissuta come servizio al bene comune.  

Il periodo storico al quale facciamo riferimento riporta ad un momento in cui raggiungere la carica di deputato o senatore non produceva un particolare beneficio economico o chissà quale prestigio, soprattutto alla ripresa della politica attiva nel secondo dopoguerra. Il confronto ideologico acceso, le differenti valutazioni sulle ricette di politica economica (capitalismo o collettivismo) spingevano verso posizioni radicali, riducendo gli spazi di confronto libero e di dialogo. Se si assume come valida la definizione di bene comune espressa dal Concilio Vaticano II (il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono nei singoli membri, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più spedito e più pieno della loro perfezione»), non si fatica a rintracciare nella parabola politica di entrambi il forte desiderio di spendersi per la collettività come per la salvaguardia dei valori e dei diritti personali, nella convinzione che la laicità fosse spazio di piena espressione della vita della società civile e nel rispetto delle prerogative dello Stato e delle appartenenze del singolo. In questa direzione, soprattutto pensando alla rivalutazione dell’impegno dei laici all’interno della società ed al servizio della Chiesa, sia Giordani che La Pira sono stati a modo loro degli anticipatori di alcune acquisizioni fatte proprie del Concilio stesso.

 

2) L’impegno a favore della pace.

Questa fu una priorità assoluta per entrambi, per portare avanti la quale “rischiarono” in prima persona la carriera politica e la fiducia degli elettori. Come non ricordare che Giordani è stato il primo in Italia a presentare, assieme al socialista Colosso nell’ottobre 1949, un serio disegno di legge sull’obiezione di coscienza; o i suoi interventi in Parlamento in difesa della pace, ad esempio nell’occasione in cui espresse la necessità che il Patto Atlantico fosse preso in considerazione quale strumento di pace; o l’intesa parlamentare per la pace del 26 ottobre 1951, iniziativa trasversale propugnata da Giordani e che vide personalità politiche di diversi partiti schierarsi per la conclusione della guerra di Corea. E che dire di La Pira? Tutto parla di pace nelle sue amministrazioni comunali a Firenze: diverse tipologie di convegni organizzati (le 5 edizioni dei Convegni per la pace e la civiltà cristiana (1952-1956) o I Colloqui mediterranei (ben 4 sessioni tra il 1958 e il 1964); l’enorme quantità di lettere indirizzate ai quattro angoli della terra per sensibilizzare capi di Stato e di governo in vista del trionfo di logiche di pace; diversi viaggi diplomatici segnati dal tentativo di bloccare guerre in atto (celebre quello del 1965 ad Hanoi nel corso della guerra del Vietnam).

 

3) Il costante riferimento alla dottrina sociale della Chiesa quale solida base per la politica concreta, con la scelta del dialogo a tutti i livelli.

Se la Dottrina Sociale Cristiana esprime la convinzione che la politica non sia gestione del potere ma servizio di carità e che il perseguimento del bene comune vada ricercato nel confronto con tutti gli uomini di buona volontà, si può tranquillamente affermare che Giordani e La Pira sono stati tra i migliori esecutori di una tale visione, soprattutto se pensiamo a quanto, nel corso del delicato periodo di guerra fredda segnato da robusti steccati d’appartenenza, seppero maturare nel rapporto con il mondo politico di sinistra, con posizioni di apertura e di disponibilità che nascevano dall’opzione preferenziale per i poveri (intendendo con questo qualsiasi tipo di povertà a cominciare da quella materiale) e dalla ricerca del bene comune, non circoscrivibile ad una parte sola del mondo politico nazionale o dello scacchiere internazionale.

 

Giordani e La Pira si conoscevano e certamente si stimavano, prova ne sia l’invito fatto da La Pira al collega di partito come relatore in occasione del quarto Convegno per la pace e la civiltà cristiana; esiste anche un breve scambio di corrispondenze tra i due, niente di fitto e continuo anche per le differenti occupazioni e per l’uscita di Giordani dalla politica attiva (1953), nel momento in cui La Pira rafforzava una parabola politica che, tra incarichi nazionali e amministrativi, lo avrebbe visto in campo fino ai primi anni ’70. 

 

Si chiedeva poi di segnalare un libro che meglio di altri sappia riassumere il pensiero di Giordani ed il suo contributo originale. Molto adatto, anche per quanto scritto in precedenza, sembra essere Il messaggio sociale del cristianesimo, volume di fondamentale importanza per la codificazione dell’apporto sostanziale che l’insegnamento di Gesù, la vita delle prime comunità cristiane e della Chiesa ha portato nella comprensione dell’edificazione di una civiltà, nello spendersi per il trionfo dei valori di umanità e solidarietà contenuti nel messaggio evangelico. Edito nel 1958 dall’unione di quattro volumi pubblicati separatamente (Il messaggio sociale di Gesù che vide le stampe nel 1935, Il messaggio sociale degli Apostoli 1938, I primi Padri della Chiesa 1939, I grandi Padri della Chiesa 1946) il testo fece di Giordani un punto di riferimento, un vero e proprio formatore della classe dirigente cattolica. Questo fu anche il volume che ebbe la più grande diffusione e che venne tradotto in numerose lingue (perfino cinese e giapponese!). In Memorie di un cristiano ingenuo, p. 137, sul testo Giordani scrive: “In esso ricercai i fondamenti dell’innovazione, della rivoluzione, portata dal Vangelo in ogni ordine umano, e studiata sopra tutto nell’ordine sociale. Nei Padri trovai costruttori audaci della convivenza nuova, e scopersi i motivi dell’opposizione alla fede cristiana da parte dei poteri politici e finanziari, smunti di morale evangelica”.

 

 

  • Numero rivista: NU news 184-185
  • Materia: Storia