Attenzione!Il tuo browser non rispetta gli standard richiesti da Nuova Umanità.

È neccessario aggiornare il browser.

username password

Decrescita e sviluppo

25 Ottobre 2016

Murales

di Giovanni Berti


23 Luglio 2012 - foto -

Il di più dell’autentico bene comune

di Franco Biancofiore

Il bene comune come questione privata     L’idea di bene comune, oggi alquanto diffusa, è...


13 Giugno 2012 - foto -

Beni comuni e nuove virtù del mercato

di Silvio Minnetti

Gli economisti Luigino Bruni e Serge Latouche, nella loro ricerca, hanno un obiettivo comune: andare oltre il capitalismo finanz...


31 Maggio 2012 - foto -

Oltre la «decrescita serena» di Serge Latouche

di Franco Biancofiore

Riprendendo la riflessione di Silvio Minnetti sull’«utopia concreta» della «decrescita serena» di...


17 Aprile 2012 - foto -

Per un’abbondanza frugale.

di Silvio Minnetti

Discutiamo la proposta di Latouche


23 Luglio 2012
NU news 201

Il di più dell’autentico bene comune

di Franco Biancofiore
  Franco Biancofiore


Il bene comune come questione privata

 

 

L’idea di bene comune, oggi alquanto diffusa, è quella che lo riduce ad un fatto privato: ogni individuo deve pensare a se stesso, realizzarsi come meglio può, cercare di raggiungere gli obiettivi che liberamente si pone. La categoria della felicità, confusa con quella dell’utilità, sarebbe essenzialmente individuale e non tanto improntata alla solidarietà e, ancor meno, alla fraternità. Il bene comune, perciò, sarebbe costituito dalla semplice somma dei vantaggi e degli interessi individuali, secondo una visione utilitaristica e quantitativa, ben sintetizzata nella formula: il maggior benessere per il maggior numero.

A sostegno di questa idea viene portato il seguente esempio. Un gregge al pascolo raggiungerà il suo bene comune quando ogni pecora avrà brucato liberamente, ciascuna per proprio conto, magari sottraendo del cibo ad altre pecore, la quantità e la qualità di erba che vuole. Il pastore (ovvero lo Stato) dovrà solo badare che nessuno glielo impedisca. In tal senso, gli individui agiscono per interesse e ognuno è disinteressato nei confronti degli altri, ma la «mano invisibile» del mercato – metafora classica ideata da Adam Smith – trasforma quegli interessi in bene comune.

Secondo questa teoria, un imprenditore quando, ad esempio, decide di avviare un’impresa non è tanto spinto a ricercare il bene comune, bensì il suo interesse e tutt’al più quello dei suoi familiari. Il mercato, però, quando in qualche modo agisce, farà sì che l’imprenditore stesso, il più delle volte senza consapevolezza, contribuisca al bene comune, creando cioè opportunità di lavoro, nuovi prodotti e quindi nuova ricchezza. Il bene comune è così generato non in modo intenzionale, ma da chi cerca primariamente il tornaconto individuale, disinteressandosi del bene altrui[1].

Sulla base di questo pensiero, l’unico modo attendibile di promuovere il bene comune sarebbe, dunque, quello di cercare il bene privato nell’indifferenza al bene degli altri. A tal proposito, l’economista Luigino Bruni osserva che la vera idea di bene comune si è occultata, perché è stata evitata la condivisione stessa del bene. La cosiddetta immunitas del mercato ha preso il posto della communitas, carica di quella sofferenza di solito provocata dal vissuto comunitario. «Quindi al bene comune è subentrato il bene immune»[2]. Così si è affermata la cultura della mutua indifferenza riscontrabile – ancora a detta dell’economista Bruni – anche nei concetti di bene pubblico e bene collettivo, poiché questi sono il risultato di una concezione individualistica. Infatti, nel godimento di tali beni non intercorre tra le persone alcuna relazione o «azione congiunta», mentre invece si ha un rapporto diretto e interessato tra gli individui e il bene consumato[3]. Questa cultura dell’indifferenza, tipica del nostro tempo, è decisamente fondata sulla logica egoistico-relativistica, propria di un certo materialismo pratico oggi particolarmente vigente.

Non deve inoltre sfuggire come nel linguaggio corrente, da parte di politici ed economisti, si sia tanto facilmente portati a confondere, da un lato, il bene comune con il bene totale e, dall’altro, il bene comune con l’interesse generale. Ma un conto è il bene comune in quanto tale, un conto l’interesse, totale o generale, fortemente ancorato a criteri e metodi di contrattazione e di scambio per lo più tesi alla ricerca di un sempre maggiore tornaconto. A questo riguardo, non possiamo non considerare che «ci sono [però] bisogni collettivi e qualitativi che non possono essere soddisfatti mediante i meccanismi del mercato; ci sono esigenze umane che sfuggono alla sua logica e beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e comprare, [perché] non sono né possono essere semplici merci»[4].

 

 

 

 

Il bene comune come bene relazionale

 

Il bene totale è una somma di beni individuali, mentre il bene comune è piuttosto il prodotto degli stessi. Ciò significa che il bene comune è qualcosa di indivisibile, perché solamente insieme è possibile conseguirlo, proprio come accade in un prodotto di fattori: l’annullamento anche di uno solo di essi annulla l’intero prodotto[5]. Mentre in una logica individualistica la creazione e la divisione di beni possono avvenire anche con l’esclusione di alcuni soggetti, nella prospettiva del bene comune ciò è del tutto inconcepibile, poiché è posto l’accento sull’intenzionale inclusione di tutti. L’autentico bene comune, infatti, quale «dimensione sociale e comunitaria del bene morale»[6], non riguarda la persona presa nella sua singolarità, ma in quanto in relazione con altre persone; rappresenta, quindi, il bene della relazione stessa fra le persone, le quali ne godono se vi partecipano comunitariamente[7]. Il bene comune, secondo quanto attesta la dottrina sociale cristiana, è una categoria personalista e comunitaria, non centrata sulle cose ma sui rapporti tra le persone.

Certo, concretizzare in maniera disinteressata e fraterna tali rapporti non è facile, specie oggi che viviamo in una società complessa, in pratica tendente alla chiusura: le esperienze di comunione, infatti, sono messe a dura prova dalla cultura della mutua indifferenza. Dobbiamo pure riconoscere che questa cultura ha di fatto un grave punto di debolezza: non riesce a proporre percorsi alternativi efficaci per sanare la grande infelicità di tanta umanità, probabilmente ricca e incline all’edonismo, immersa nella solitudine e nell’angoscia esistenziale, praticamente incapace, se abbandonata a se stessa, di perseguire un autentico bene comune. Questo punto di debolezza costituisce, però, una sorta di terreno fertile nel quale, mediante la cultura della comunione, poter gettare – nonostante tutto – il seme della speranza viva (spes contra spem) del bene comune.

Oggi i fatti dimostrano che viviamo pure un elevato tasso di conflittualità: spesso accade che il mio bene (o quello di una ristretta categoria di soggetti) si scontri con il tuo bene (o con quello di una ridotta cerchia di individui). Anche in questo caso la dottrina sociale cristiana ci viene in aiuto. Ci indica, infatti, che non dobbiamo assumere in alcun modo posizioni corporative – che tra l’altro danneggerebbero il bene comune – prestando magari il fianco ad una lotta sociale fine a se stessa. Occorre, invece, trovare insieme ciò che c’è da correggere, dando sempre la precedenza a quello che unisce piuttosto che ai motivi di contrasto e di divisione. I conflitti sociali, infatti, non si risolvono attraverso il sopruso del più forte sul più debole, ma ricercando, con pazienza e tenacia, la collaborazione, la coesione, la concordia in funzione appunto del bene comune.

Per questo motivo, la stessa dottrina sociale, quando tratta, ad esempio, della soluzione dei conflitti sociali, finalizzata al raggiungimento del bene comune, ammette sì la «lotta per la giustizia sociale […], ma questa lotta deve essere vista come un normale adoperarsi per il giusto bene […], non è una lotta “contro” gli altri. [Essa] avviene in considerazione del bene della giustizia sociale, e non […] per eliminare l’avversario»[8]

 

 

 

 

L’autentica sostanza del bene comune

 

 

Il bene comune comprende tutte le condizioni della vita materiale che si richiedono per il miglioramento delle quantità e delle qualità proprie della vita umana, ma nello stesso tempo non può fare a meno di aprirsi ad altri beni altrettanto essenziali, quali sono la cultura, l’educazione, l’arte, la contemplazione, la dimensione spirituale e religiosa. Occorre, perciò, rendere accessibili all’uomo sia i beni materiali essenziali sia quelli non materiali, comprese «tutte quelle cose che sono necessarie a condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l’abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all’educazione, al lavoro, al buon nome, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in campo religioso»[9].

Con riferimento alla dottrina sociale cristiana, l’economista Stefano Zamagni avverte che la nozione di bene comune ha avuto un certo progressivo completamento, dal Concilio Vaticano II ad oggi. Per questo, porta come esempio la Gaudium et spes (1965), che definisce il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alla collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»[10]. In questa definizione Zamagni nota che il bene comune non è considerato tanto come fine in sé quanto come strumento per il bene del singolo o di gruppi di individui[11]. Mentre – sempre a detta del celebre economista bolognese – la definizione riportata nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004) appare più completa: ribadisce l’originalità del bene comune e, al contempo, «indica anche la via per la sua realizzazione»[12]. Infatti nel Compendio è tra l’altro scrittoche il bene comune, «essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché è indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro»[13].

 

Il primato della persona è essenziale anche nel bene comune, che però si può realizzare solo in società. Infatti la persona è intrinsecamente soggetto sociale. Ciò significa che la società umana – pur con tutti gli attuali limiti e contraddizioni – non è comunque paragonabile ad un gregge di animali, in mera comunanza, che badano solo a se stessi per procacciarsi il cibo o per occupare un territorio, anche usurpando il sito di altri animali secondo la legge del più forte. La società umana, invece, è, per sua natura, una comunità, un’unione di persone – una «persona di persone più numerose delle stelle»[14], secondo l’affascinante definizione inventata da Emmanuel Mounier – in cui esiste un’interrelazione tra il bene della singola persona e il bene degli altri.

Questa interrelazione di beni, equivalente al bene comune, costruita sulla prossimità e sulla reciprocità, anche se resa difficile dall’egoismo degli uomini, non deve sembrare cosa astratta o irrealizzabile. Varie esperienze di vita, estranee al clamore mediatico (ma fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce!), mostrano l’autentica sostanza del bene comune. Molte buone prassi, infatti, sono promosse da persone che riescono ad affrontare problemi contingenti non da sole, ma attraverso l’esercizio non immune della fraternità. Esercizio non teorico, visto che tante realizzazioni di ieri e di oggi mostrano con i fatti che la via della fraternità rende propriamente possibile l’attuazione del bene comune[15].

D’altra parte, gli attuali progetti di economia civile – il Commercio equo e solidale, l’Economia di Comunione, la Banca etica, il Microcredito (come la Grameen Bank di Muhammad Yunus, Nobel per la pace 2006), le tante imprese nel mondo della cooperazione e così via – proprio basati sulla prossimità e la reciprocità, dimostrano concretamente che chi offre il sostegno fraterno è qualcuno che si mette in gioco per aiutare l’altro, basandosi non sul do ut des ma sulla fiducia e sulla gratuità. In tal modo, l’altro, non semplicemente assistito, notando che chi cerca di liberarlo dalla povertà rischia di persona, è spinto a fare la sua parte. Allora, superato lo stato di indigenza, esercitando un lavoro è messo nelle condizioni di produrre reddito e ricchezza; e così il bene diventa veramente comune.

Indubitabilmente «non si azzera l’opportunismo e non si hanno ricette che funzionano sempre, ma l’esperienza dice che questa è la strada per lo sviluppo. Senza prossimità e reciprocità [che mettono in gioco la sussidiarietà] l’aiuto, anche con molte buone intenzioni, può finire per alimentare trappole di dipendenza e di assistenzialismo»[16], a tutto svantaggio del vero bene comune. Occorre, allora, dare credito all’economia civile e alle sue peculiarità, sostenere esperienze e progetti per i quali vale la pena spendersi, se vogliamo veramente liberarci dalle insolvenze di un certo economicismo materialistico che, promettendo un illusorio benessere, svincolato da valori etici, di fatto riduce tutto ad un asfissiante efficientismo economico-produttivo, che tra l’altro nuoce alla condizione fisica e psichica dell’uomo. È necessario, invece, incoraggiare sempre più un cambiamento di stile economico orientato alla concordia, alla solidarietà e alla fraternità, alla comunione, se vogliamo raggiungere il ben-essere, cioè lo star bene della persona e della società – per dirla con l’economista Amartya Sen, che in un nuovo modello di sviluppo scorge anche indicatori di qualità [17]–, al fine di recuperare uno stretto rapporto tra felicità vera e bene comune.

 

 

 

 

La responsabilità di tutti per il bene comune, i compiti della comunità politica e l’opzione preferenziale per i poveri

 

 

Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa specifica la responsabilità di tutti per il bene comune e i compiti della comunità politica. Siccome il bene comune è il fine della società, tutti i membri del corpo sociale – nel rispetto delle proprie possibilità e funzioni – sono responsabili dell’incremento e del mantenimento del bene comune. La responsabilità ultima della promozione di questo bene, compete in primo luogo allo Stato, «poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica»[18] e conseguentemente è il suo dovere primario. Tuttavia non vengono meno impegni e responsabilità di soggetti singoli e di corpi intermedi. Occorre, dunque, che tutti promuovano la giustizia sociale e il bene comune, secondo diversi obblighi: coloro che dispongono di più beni «si sentano responsabili dei più deboli e siano disposti a condividere quanto possiedono. I più deboli, da parte loro, nella stessa linea di solidarietà, non adottino un atteggiamento passivo, ma, pur rivendicando i loro legittimi diritti, facciano quanto loro spetta per il bene di tutti. I gruppi intermedi, a loro volta, non insistano nel loro particolare interesse, ma rispettino gli interessi degli altri» [19]

In particolare, nello Stato democratico, chi governa è tenuto ad «interpretare il bene comune non soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza»[20]. Lo Stato dunque «interpreta», e non determina, né sancisce che cosa sia il bene comune, perché lo Stato stesso è espressione della società civile e non viceversa, come accade ad esempio nello Stato etico. L’autorità pubblica ha inoltre il compito di armonizzare con giustizia i diversi interessi settoriali. Una delle funzioni più delicate del potere pubblico è la corretta conciliazione dei beni particolari di gruppi e di individui[21]. Tuttavia, conciliazione non significa egualitarismo; appunto perché si tratta del bene comune, occorre aiutare di più coloro che sono nel bisogno. D’altra parte, come ribadiva don Lorenzo Milani nelle sue lezioni alla scuola di Barbiana, «non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali»[22].

A tal proposito, Giovanni XXIII parla di «speciali riguardi» per i soggetti meno abbienti, e così spiega nell’enciclica Pacem in terris: «quello comune è un bene a cui hanno diritto di partecipare tutti i membri di una comunità secondo i loro compiti. I poteri pubblici sono tenuti a promuoverlo a vantaggio di tutti senza preferenza alcuna […]. Però ragioni di giustizia e di equità possono esigere che i poteri pubblici abbiano speciali riguardi per le membra più deboli del corpo sociale, trovandosi esse in condizioni di inferiorità nel far valere i loro diritti e nel perseguire i loro legittimi interessi»[23].

Da qui si evince come la realizzazione del vero bene debba tenere in primaria considerazione l’opzione preferenziale per i poveri. Opzione che vale sia per la povertà materiale ed economica sia per quella culturale e religiosa. Gli ultimi documenti del Magistero sociale la confermano, precisando che tale opzione – esente da ogni riferimento ideologico – non deve essere né escludente, né esclusiva, cioè non deve essere discriminante verso altri gruppi[24]. Sappiamo che gli ultimi della società hanno bisogno di una particolare vicinanza e prossimità. Come una madre protegge il bambino che soffre senza dimenticare di amare gli altri figli, così dobbiamo fare verso i nostri fratelli più svantaggiati, senza trascurare nessuno. Tutto ciò chiama in causa i nostri comportamenti circa l’uso dei beni, le nostre scelte concrete anche come consumatori. Sull’esempio di Gesù lungo i secoli, dobbiamo continuare a preferire i minimi, i poveri, gli esclusi. Lavorando per il loro bene, «scorgendo in ciò che viene loro negato il volto di Gesù crocifisso e abbandonato e in ciò che viene loro riconosciuto Gesù risorto»[25], contribuiamo ad accrescere il bene comune. Questa è l’attestazione più alta della traduzione pratica, nella piena giustizia, del di più di questo autentico bene.

 

 

 

 

Bene comune, questione antropologica e questione ambientale

 

 

Il bene comune, nel suo complesso, comprende la promozione e la difesa di beni – oltre che materiali anche immateriali e di relazione – quali ad esempio: il rispetto della vita umana e dell’ambiente, l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il diritto alla libertà religiosa, la giustizia sociale, la solidarietà umana, la sussidiarietà[26]. Siccome il bene comune della società è valido in riferimento allo sviluppo di ogni uomo e di tutto l’uomo, tale bene non può essere separato dalla dimensione trascendente dell’essere umano che va al di là dei beni terreni, anche se non li nega. Perciò, il bene comune comprende anche i valori spirituali e morali dell’uomo, ai quali va assegnato il primato sui diversi elementi che caratterizzano la persona umana. Come scrive Giovanni XXIII, «dobbiamo richiamare l’attenzione sul fatto che il bene comune ha attinenza a tutto l’uomo: tanto ai bisogni del suo corpo che alle esigenze del suo spirito»[27]. È importante la piena realizzazione della persona, l’essere di più, il crescere armonicamente, in accordo con l’intera verità sull’uomo – materiale, culturale, spirituale – senza trascurare nessuna potenzialità umana finalizzata allo «sviluppo umano integrale» [28].

Una visione esclusivamente terrena del bene comune, dunque, è inconcepibile con il vero bene di tutta la persona. Il bene comune non è ammissibile senza una verità sull’uomo (da qui il nesso tra bene comune e questione antropologica [29]) e senza un progresso propriamente umano, di tutti e di ciascuno, che faccia da anima e guida per l’azione socio-politica. A tal proposito, Benedetto XVI ricorda che senza una verità sull’uomo «si finisce per diffondere la convinzione che la ponderazione dei beni sia l’unica via per il discernimento morale e che il bene comune sia sinonimo di compromesso. In realtà, se il compromesso può costituire un legittimo bilanciamento di interessi diversi, si trasforma in male comune quando comporti accordi lesivi della natura dell’uomo»[30]. Per non correre questo grave rischio è necessario fare costante riferimento alla dottrina sociale cristiana, mediante la quale il bene comune può essere concretamente voluto e realizzato ispirandosi contestualmente ai due fondamentali principi-guida della sussidiarietà e della solidarietà. La dottrina sociale li propone come due vie da percorrere complementari e concordi.

Il bene comune, perciò, coincide soprattutto con la qualità della vita umana più che con la quantità delle disponibilità materiali, certamente comprese. Pertanto si deve concludere che una concezione adeguata del bene comune esige anche il rispetto dell’ambiente; richiede pure la moderazione dell’uso delle risorse naturali: «usarle come se fossero inesauribili, con assoluto dominio, mette seriamente in pericolo la loro disponibilità non solo per la generazione presente, ma soprattutto per quelle future»[31].

Pertanto, non dobbiamo dimenticare che «il bene comune della società […] ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera creazione»[32]. Una visione altrettanto adeguata dello stesso bene comune impone una dovuta tutela della vita, messa in pericolo soprattutto da un certo tipo di sviluppo disordinato, il cui risultato – sotto gli occhi di tutti – è, sempre più frequentemente, «la contaminazione dell’ambiente, con gravi conseguenze per la salute della popolazione»[33].

 

 

 

 

Conclusione

 

 

È importante rilevare che la promozione del bene comune non deve costituire qualcosa di secondario o residuale tra le categorie del pensiero sociale cristiano e tra i fattori di progresso. Spesso il bene comune risulta dimenticato o trascurato, anche da parte degli addetti ai lavori, come se fosse meno importante, mentre «è un valore non negoziabile, esattamente come gli altri esplicitamente menzionati»[34] da Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis: il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento alla morte naturale; la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna; la libertà di educazione dei figli; la promozione del bene comune in tutte le sue forme[35].

Detti valori, strettamente legati l’uno con l’altro da rapporti di complementarietà e reciprocità, si richiamano e s’illuminano a vicenda, poiché afferiscono alla dimensione integrale e relazionale della persona umana nella sua dinamica esistenziale e sociale. Per questo forte carattere unitario vanno tutti sostanzialmente colti e considerati nel loro insieme. D’altra parte, solo muovendo dal primato della persona, perseguendo il bene comune nell’accezione più ampia, attuando la sussidiarietà, la solidarietà, la fraternità, sarà possibile dare una risposta inequivocabile – nel segno di «quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo»[36]– alle molte sfide di questo nostro tempo assai difficile e, perciò, ancor più da amare.

 

 


[1]Cf. L. Bruni, Economia e bene comune: un incontro appena incominciato, in Il bene comune oggi, un impegno che viene da lontano. Atti della 45a Settimana sociale dei cattolici italiani, EDB, Bologna 2008, p. 186; cf. anche id., Economia e bene comune: l’aurora di un nuovo incontro, in «Nuova Umanità», XXX (2008/1) 175.

[2] L. Bruni, Economia e bene comune, cit., p. 187.

[3]Cf. ibid.

[4]Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, n. 40.

[5]Cf. Documento preparatorio della 45a Settimana sociale, Pistoia-Pisa 18-21 ottobre 2007, nn. 17-19.

[6] Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (poi citato CDSC), n. 164.

[7] Cf. Documento preparatorio, cit.

[8]Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, n. 20.

[9]Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudiun et spes, n. 26.

[10]Ibid., n. 74.

[11] Cf. S. Zamagni, Il bene comune nella società post-moderna: proposte per l’azione politico-economica, in Il bene comune oggi, un impegno che viene da lontano, cit., p. 131; cf. anche, id., L’economia del bene comune, Città Nuova Editrice, Roma 2008.

[12] Cf. S. Zamagni, Il bene comune nella società post-moderna, cit.

[13] CDSC, n. 164.

[14]E. Mounier, Il personalismo, Editrice AVE, Roma 1964, p. 81.

[15] Cf. L. Bruni, Economia e bene comune, cit., p. 192.

[16] Ibid., p. 191.

[17] Cf. A. Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano 2000. Sen, Nobel per l’economia 1998, concepisce un modello di sviluppo sostenibile, legato ad un benessere non solo economico della persona in uno spazio di libertà, che tiene conto anche di particolari elementi qualitativi: salute, longevità, grado d’istruzione, democrazia, partecipazione sociale, e così via. Emerge, perciò, un nuovo concetto di sviluppo umano – fine e obiettivo centrale di tutte le misure di politica economica –, indirizzato al raggiungimento del bene comune.

[18] CDSC, n. 168.

[19] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, n. 39.

[20]CDSC, n. 169.

[21]Cf. ibid.

[22] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, citazione in http://www.donlorenzomilani.it/citazioni.php; cf. E. Gorrieri, Parti uguali fra disuguali. Povertà, disuguaglianza e politiche redistributive nell’Italia di oggi, Il Mulino, Bologna 2002.

[23] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, n. 34

[24] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, n. 57.

[25]A. M. Baggio, Le mediazioni della dottrina sociale cristiana, Corso sulla DSC, 2^ lezione, Scuola di formazione socio-politica Agorà, Macerata 1996-1997; cf. id. Lavoro e dottrina sociale cristiana: dalle origini al Novecento, Città Nuova Editrice, Roma 2005, p. 25.

[26] Cf. Congregazione per la dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni sull’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 4 e segg.

[27]Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, n. 55.

[28]Cf. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, in particolare il capitolo secondo su Lo sviluppo umano nel nostro tempo.

[29] Cf. G. Crepaldi, Bene comune e questione antropologica, Relazione tenuta al Convegno di Reggio Emilia, 4 agosto 2007, riportata in www.udc-fvg.it/Pdf02/Crepaldi_020907.pdf

[30] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno della comece in occasione dei 50 anni della firma dei trattati di Roma, in «L’Osservatore Romano», 25 marzo 2007, p. 5.

[31] Ibid.

[32] CDSC, n. 170.

[33] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, n. 34.

[34]Antonio Maria Baggio, Coerenza eucaristica, in «Città Nuova», n. 7, 10 aprile 2007, in

 http://www.cittanuova.it/contenuto.php?idContenuto=3248&TipoContenuto=articolo&idSito=1

[35]Cf. Benedetto XVI, Esort. apost. Sacramentum caritatis, n. 83.

[36]CDSC, n. 581.

  • Numero rivista: NU news 201
  • Materia: Cultura