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13 Dicembre 2012
NU news 202-203

La sfida dell'economia di comunione

di Silvio Minnetti
Un operaio in azienda

L’economista John M. Keynes, un grande della scienza economica, di convinzioni non certo religiose, nel 1930, un anno dopo l’inizio della Grande crisi di Wall Street, ci aiutava con una profezia a concepire il fatto economico in un modo veramente nuovo, senza egoismi e facili attaccamenti, in un messaggio aperto alla Provvidenza, molto utile in questi anni di Grande Contrazione dell’economia: «Vedo gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più autentici della religione e delle virtù tradizionali: che l’amore per il denaro è spregevole e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi sa apprezzare “i gigli del campo che non seminano e non filano” (Mt 6, 28) […]. Si avrà una mutazione generalizzata, per cui l’impegno di fare verso gli altri continuerà ad avere una ragione anche quando avrà cessato di averla il fare a nostro vantaggio»[1].

Franco Biancofiore ricorda opportunamente questa incredibile profezia nel suo nuovo lavoro: La sfida dell’economia di comunione. Un modo nuovo di pensare e fare impresa tra fraternità e reciprocità, Tau editrice, Todi 2012. L’Autore ci offre un testo organico che divulga con ricchezza di citazioni quanto finora scritto sull’Economia di Comunione. Non si tratta, però, di una semplice documentazione, in quanto l’Autore scopre le radici nell’economia civile e argomenta in maniera analitica la stretta connessione con la Dottrina sociale cristiana.

Il libro, pertanto, si rivela particolarmente utile in questi anni che ci proiettano al 2031, data scelta dai giovani per una prossima verifica storica nel Messaggio dei giovani "da San Paolo al mondo": che l'economia del 2031 sia di comunione, per noi e per tutti– al termine dell’Assemblea internazionale dell’Economia di Comunione del maggio 2011, sul tema: La profezia si fa storia. Venti anni di Economia di Comunione – a tutti coloro che sono impegnati per un diverso sistema economico più giusto e solidale[2]. Gratuità, dono, fraternità, reciprocità come ingredienti fondamentali di un nuovo modello di sviluppo con la sollecitazione a realizzare autentici rapporti di comunione.

Si comprende il cambio di paradigma in questo nuovo linguaggio dell’economia, pure rintracciabile all’interno della Dottrina sociale cristiana, in particolare dentro l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, enciclica che appare anche per questo davvero originale. Coglie bene questa svolta culturale il Vescovo di Macerata, Claudio Giuliodori, nella prefazione: «Il carisma profetico di Chiara Lubich emerge in modo forte e si coglie il suo influsso nella narrazione appassionata e convincente di Franco Biancofiore. Il convergere del dato oggettivo dei principi della Dottrina sociale della Chiesa e dello slancio carismatico verso l’unità costituiscono una piattaforma quanto mai solida ed efficace per fare di questa esperienza-proposta un “caso serio” del dibattito sul futuro dell’economia e dello sviluppo dei popoli»[3].

Sotto le maglie della globalizzazione, nel corso del XX secolo i paradigmi tradizionali dell’economia, in presenza di una mutata realtà che esprime bisogni diversi, «fanno acqua da tutte le parti»[4]. La prospettiva dell’astratto homo oeconomicus è entrata definitivamente in crisi, come dimostrato dall’economista Leonardo Becchetti[5], a causa di un deficit antropologico della corrente scienza economica. L’Economia di Comunione nella libertà, appena annunciata da una mistica, Chiara Lubich, è stata vista subito dagli economisti Zamagni, Bruni, Becchetti, Gui ed altri come un segno dei tempi, un paradigma di fraternità e di socialità adatto all’epoca della post-modernità.

In particolare, l’economia civile e di comunione hanno offerto in questi decenni un modello di pensiero ed un insieme di prassi economiche, capaci di far coesistere libertà e fraternità, vita civile e mercati, comunità e individui, contratto e gratuità. Da qui il risveglio umanistico dell’economia di cui Franco Biancofiore ha fornito una documentazione esemplare ed organica.

Luigino Bruni, recentemente, ha fornito un’elaborazione complessa ed innovativa del paradigma dell’economia civile. In un originale saggio[6], l’Autore ha provato ad esplorare le grandi parole dell’economia e del mercato in forma dialogica e con un’attenzione costante alla vita. Da qui domande scomode alla scienza accademica dominante. Viene rimesso in discussione addirittura il concetto di mercato alla ricerca delle sue necessarie e tipiche virtù. Viene rivisto il concetto stesso di competizione e di imprenditore, mentre infuria la crisi più grave del sistema capitalistico, essendo questa una crisi strutturale e di sistema.

I tempi sono maturi per porre in rapporto concetti tradizionalmente separati come lavoro, dono e gratuità. Nasce, come Biancofiore coglie più volte nel suo testo, una nuova e antica scienza economica, al confine di discipline diverse, per mettere al centro l’uomo e realizzare un’economia a misura di persona[7] nell’epoca dei beni comuni. «Il mercato è vita in comune, un brano della dinamica civile, un luogo dove ritroviamo necessariamente le stesse passioni, virtù, peccati e vizi che incontriamo tutti i giorni in famiglia, in politica, nei luoghi del vivere: è anche questo uno dei messaggi della tradizione dell’Economia civile. La logica del mercato non si differenzia allora sostanzialmente dalla logica della vita, poiché il mercato attraversa la vita della gente, e l’economia è prima di tutto regole per il buon governo (nomos) della casa (oikos[8].

Tra queste regole campeggia la cooperazione per il mutuo vantaggio come virtù base dell’economia di mercato nell’era dei beni comuni, accanto a prudenza e innovazione. Appare sulla scena l’homo donator-reciprocans, versione aggiornata dell’homo sapiens. Franco Biancofiore precisa che è in discussione una reciprocità gratuita. «Si tratta, in altri termini, di un “obiettivo che pone chi lo persegue a rapportarsi con l’altro, che chiama e attende – seppure parzialmente e senza pretesa – una risposta dall’altro, e quindi l’affermazione di una reciprocità che unisce”»[9].

Il saggio del nostro ha il pregio di presentarci una visione concreta e più ampia dell’economia: «In tale movimento economico-culturale, sono comprese, oltre all’Economia di Comunione, anche le molte esperienze del mondo della cooperazione, della Banca Popolare etica, del microcredito, del commercio equo e solidale, dei GAS (Gruppi di acquisto solidale), delle fondazioni, delle ONG e quant’altro»[10]. Tutte forme, queste di Economia civile a misura di persona, che costituiscono, tra l’altro, una delle possibili risposte alla crisi economico-finanziaria dell’attuale sistema capitalistico.

Non mancano facili obiezioni da parte di chi considera l’EdC, unitamente alle altre forme di Economia civile, un progetto di nicchia attuato da gente di buona volontà. Ma in vero la sfida dell’EdC è ben più alta: «L’Economia di Comunione non è come un bonsai ma come un seme; è, infatti, un già che indica un non ancora»[11]. Per questo – scrive ancora Biancofiore nel suo libro – «per affermarsi davvero l’EdC non ha tanto bisogno di istituzionalizzarsi». Il suo scopo non è quello di mettersi in concorrenza con l’economia tradizionale. Le imprese dell’Economia civile e di comunione, infatti, come Benedetto XVI afferma nell’enciclica Caritas in veritate, «senza nulla togliere all’importanza e all’utilità economica e sociale delle forme tradizionali di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione dei doveri da parte dei soggetti economici. Non solo. È la stessa pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo»[12]. D’altra parte da quando è nata, l’EdC non si è mai attestata «in senso integralista con tanto di denominazione di origine»[13]. Il suo obiettivo – a ragione argomenta l’Autore – era ed è «invece quello di far entrare l’ideale del Vangelo, fino ad inter-culturarsi, dentro la dimensione economica, per contribuire a generare un’economia nuova – come sosteneva Chiara Lubich – in grado di abbattere le disuguaglianze e le povertà e quindi capace di cambiare il mondo»[14]. E solamente seguendo la logica del seme, del chicco di grano di memoria evangelica, l’EdC potrà raggiungere un simile scopo. Cioè «mantenendo la forte motivazione intrinseca e l’ispirazione di fondo [potrà] in qualche modo perdersi nella massa per fermentarla, fino a morire per portare frutto […]. In questo modo – conclude Biancofiore – l’EdC sarà capace di rigenerarsi, di penetrare, fermentare e rinnovare dal di dentro tutta l’economia […], avendo a cuore che un’economia nuova s’affermi per liberare l’uomo e l’umanità intera» [15].

Questa è la strada per andare oltre l’utopia. L’EdC, curando sempre più le occasioni di vero incontro tra le persone anche dentro il mercato e la vita economica, provoca quella relazionalità – tipica dell’homo donator-reciprocans – che ha per fine la fraternità, principio che permette agli uguali di essere diversi e postula, di conseguenza, il pluralismo, che consente ad una società di garantirsi un futuro e di non scomparire. Concetti lontani anni luce dall’ottocentesco homo oeconomicus, modello accademico in via di estinzione.

 

 

Silvio Minnetti

 Direttore della Scuola di partecipazione Agorà di Macerata-Fermo

 

 


[1] J. M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, in La fine del laissez faire e altri scritti, Boringhieri, Milano 1991, p. 67.

[2] Cf. Gli articoli della rubrica Focus: Venti anni dell’EdC, in «Nuova Umanità» XXXIII (2011/4-5) 196-197.

[3] C. Giuliodori, Prefazione, in F. Biancofiore, La sfida dell’economia di comunione. Un modo nuovo di pensare e fare impresa tra fraternità e reciprocità, Tau editrice, Todi 2012, p. 12.

[4] S. Zamagni, Economia e relazionalità, in V. Moramarco, L. Bruni (a cura di), L’Economia di Comunione. Verso un agire economico “a misura di persona”, Vita e Pensiero, Milano 2000, p. 61.

[5] Cf. L. Becchetti, Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni, Città Nuova, Roma 2009.

[6] Cf. L. Bruni, Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, Città Nuova, Roma 2012.

[7] Cf. S. Zamagni, Per un’economia a misura di persona, Città Nuova, Roma 2012.

[8] L. Bruni, Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, cit., p. 235.

[9] F. Biancofiore, La sfida dell’economia di comunione. Un modo nuovo di pensare e fare impresa tra fraternità e reciprocità,cit.,p. 18.

[10] Ibid., p. 30.

[11] Cf. Niente ha più valore di un atto di gratuità, sintesi di una chiacchierata di un gruppo di amici e amministratori della regione Emilia Romagna, in visita a Loppiano, con il prof. Luigino Bruni, Loppiano-Incisa in Valdarno (FI), 4 maggio 2012 in http://www.pololionellobonfanti.it/default.asp?s=13&o=934&c=0

[12] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 46.

[13] F. Biancofiore, La sfida dell’economia di comunione. Un modo nuovo di pensare e fare impresa tra fraternità e reciprocità, cit.,p. 49.

[14] Ibid.

[15] Ibid., p. 50.

  • Numero rivista: NU news 202-203
  • Materia: Economia